Feb 03

Borgo Bagni: una festa di Comunità!

dal bollettino “La Sorgente”, anno LIII n. 492 – dicembre 2025

Per la sua conformazione, tutta raccolta in un’area ben definita, Via Bagni a San Polo di Piave sembra rappresentare al meglio l’idea di una Comunità formata da persone che si conoscono, si parlano, si salutano e ancora condividono molte cose. Forse è stato proprio per questa pratica di “buon vicinato attivo” che le famiglie della storica via sei anni fa hanno pensato e messo a punto un progetto per far conoscere -in modo scenografico- alcuni aspetti del nostro passato recente, un passato semplice e straordinario ma così mutato antropologicamente da risultare quasi obsoleto per le nuove generazioni che vivono oggi una vita più convulsa, contrassegnata dall’accelerazione e dall’uso di tecnologie sempre più performanti, che ne hanno cambiato radicalmente le abitudini. Dopo aver discusso e ragionato tutti insieme, proprio come una Comunità usa fare, i nostri “Bagnaroti” hanno deciso di realizzare una mostra sulla vita delle generazioni precedenti (genitori e nonni e di loro stessi quando erano bambini), grazie a un’opera di ricerca e di riscoperta di oggetti e documenti rappresentativi del mondo di ieri; non tanto -si badi bene- per inneggiare al passato, quanto piuttosto per conservare il ricordo delle proprie radici: sapere da dove veniamo per sapere dove andare.

Via Bagni è una zona che, già nel nome, rivela la sua affinità con l’acqua: qui si trovava il macello comunale e questo era anche il luogo dei lavatoi, dove si recavano le donne per fare il bucato. Quasi scontato che proprio il tema dell’acqua -“chiare dolci e fresche acque” – abbia dato il via, sei anni fa, alla prima edizione della rassegna: protagoniste le fontane in ogni versione, ancor oggi presenti nei cortili delle singole abitazioni. “L’acqua –come insegna il poeta- scorre, aggira l’ostacolo, consuma la pietra”. Per noi esseri umani, dire acqua equivale a dire vita, noi stessi siamo fatti in gran parte di acqua! Ne abbiamo bisogno per la pulizia delle case e degli annessi abitativi, vedi anche stalle e animali, per l’igiene personale, per lavare gli indumenti, per bere, cucinare, irrigare gli orti, le piante e i fiori, per riscaldarci d’inverno e per rinfrescarci durante la calura estiva. Nel nostro paese abbiamo ancora la fortuna di avere l’acqua in abbondanza e per questo siamo grati, la rispettiamo e ci impegniamo a non sprecarla.

Nella seconda edizione della Mostra, il compito fu quello di prendere in esame i ritratti appesi alle pareti di casa e le foto custodite negli album domestici, ridando parola ai familiari defunti, scoprendone il carattere e le abitudini, raccontando la loro storia. E le persone, uscendo dagli archivi familiari, ripresero a vivere attraverso le fedeli narrazioni dei loro congiunti.

L’anno successivo furono invece spalancati gli armadi, i ripostigli, cassetti e cassettoni per mettere in mostra la biancheria di casa, quella del corredo e quella personale: lenzuola, asciugamani, tovaglie, tendaggi, camicie, sottovesti, centri, centrini, insieme con arredi, utensili e oggetti vari, conservati nelle soffitte e nelle cantine.

Poi fu la volta dei “giardini”. In realtà, date le dimensioni ridotte, questi giardini non erano nemmeno aiuole, bensì delle bordure, spesso a confine con la strada, strisce di terreno sottratto alla coltivazione, in cui venivano piantati i fiori di una volta, fiori senza pretese, semplici come le persone di allora. Eppure anche in un contesto così misurato, l’animo gentile non trascurava la ricerca della bellezza e ne godeva. Come nella buona stagione non mancavano i gerani sui balconi, così anche i “giardini” si illuminavano dei colori accesi delle dalie, delle zinnie, delle fucsie, degli iris, delle viole; del giallo intenso dei girasoli, degli ebrei, dei nasturzi o delle avemarie… Colori e profumi davano gioia al cuore e rallegravano le dure e faticose giornate di lavoro.

“El caret”, prezioso oggetto dalle molteplici funzioni, è stato il protagonista della quinta edizione. Nei tempi più antichi trainato da animali, poi sempre più spesso a rimorchio della bicicletta ma anche trascinato a mano, agevolava gli spostamenti di materiali o cose per le varie necessità di famiglia. Ricolmo di cassette di frutta o verdura o di damigiane di vino, poteva diventare strumento di piccolo commercio. Lorena ricorda ancora la presenza per le vie paese del venditore ambulante, che proponeva ai clienti i prodotti eccedenti del suo orto o comunque ortaggi di produzione locale, che invece poi, col crescere della domanda, vennero sempre più di frequente acquistati al mercato all’ingrosso di Treviso. Talvolta il carretto diventava oggetto ludico e di divertimento nelle mani dei nonni, che vi caricavano sopra i nipotini per portarli a spasso per i cortili del borgo.

Quest’anno, il sesto, il tema verteva sugli animali di ieri e su quelli di oggi ancora presenti nelle nostre case. Abbiamo potuto ammirare fra i disegni dettagliati di Loredana alcuni “uccelli da richiamo”, che il padre cacciatore custodiva dentro piccole gabbie, affinché col loro canto richiamassero altri uccelli di passo, per poterli più facilmente catturare. A quei tempi la caccia non era considerata soltanto un hobby, ma un mezzo per procurarsi della carne, che allora non era propriamente abbondante sulle tavole di quasi tutti. Fra gli animali molto presenti nelle case di un tempo a scopo lavorativo, c’era il cavallo. Cinzia ci ha descritto quello della sua famiglia, esibendone gli antichi finimenti custoditi con cura e sapientemente tramandati. Fu proprio grazie alla proprietà di questo cavallo che suo nonno aveva potuto intraprendere già allora un’attività di trasporti per conto terzi, oggi si direbbe un’agenzia di trasporti.

Nel giro di ricognizione dei vari allestimenti familiari, noi della Giuria –perché era stata nominata anche una giuria!- siamo rimasti incantati nello scoprire una piccolissima stalla attigua alla vecchia casa di Lorena, con la mangiatoia originale mantenutasi intatta negli anni, così come buona parte dell’attrezzatura per mungere, e i recipienti per la raccolta e la consegna del latte. Incredibile!! Invece, in un cortile un poco più discosto aveva dimora a quei tempi “la mussa de Toni campaner”, con cui – come racconta la figlia Graziella- il sacrestano suo padre andava a fare la questua tra le famiglie del paese. Poiché svolgeva un lavoro molto prezioso e non retribuito a servizio di tutta la Comunità, i paesani erano tenuti a riconoscergli una piccola percentuale del proprio raccolto, che Toni passava a ritirare una volta l’anno grazie, appunto, alla sua fedele “mussa che tirea ‘l caret”.

Altri animali di ieri e di oggi, comuni a quasi tutte le famiglie, erano e sono tuttora i numerosi cani e gatti che abbiamo potuto conoscere per nome immortalati nelle fotografie domestiche, anch’essi protagonisti della storia del borgo per il tramite della famiglia cui appartenevano. Non possiamo sottacere, infine, la presenza delle chiassose galline che popolavano a frotte i cortili di una volta e donavano le loro uova fresche e saporite da tutti apprezzate, pur senza il codice stampato sul guscio: allora non si usava! A tutt’oggi –però- le galline non sono del tutto scomparse in Via Bagni e insieme con i conigli resistono ancora in alcuni privati cortili per la soddisfazione dei buongustai. (E anche se non sono vere, quest’anno hanno fatto comunque la loro coloratissima e gustosa apparizione nella casa della signora Wanda ad opera di sua figlia Luisa.) Meno frequenti sono invece le oche e le anatre o i pittoreschi tacchini che una volta rallegravano le tavole delle feste. Insieme con il maiale che quasi ogni famiglia allevava – preziosissimo!- il pollame forniva pressoché l’unica carne a disposizione delle famiglie per il proprio sostentamento.

Guardando oggi con benevolenza pur senza nostalgia a questa epopea, conclusasi più o meno nei primi decenni della seconda metà del ‘900, appare evidente che la Rassegna di Via Bagni ha voluto “recuperare” – sottraendolo all’oblio- il ricordo di un mondo certamente duro e primitivo ma anche solidale ed espressivo, direi quasi iconico nella sua semplice umanità e naturalezza e nella comune condizione di quasi povertà, dove esistevano ancora dei principi forti e dei valori imprescindibili che erano alla base della convivenza: il contatto umano, la vicinanza, la solidarietà, la fiducia -la parola data valeva più di un documento scritto!, la consuetudine dello scambio, l’aiuto reciproco, la gratuità… E la sera, finito il lavoro, gli uomini  – le donne no! perché le donne non finivano mai di lavorare- si trovavano insieme sotto l’ombra di un albero in mezzo ai cortili, per fare quattro chiacchiere e bersi un buon bicchiere accompagnato da una fetta di salame di quello buono di casa. Sul tavolo, l’immancabile fiasco di vino, che qualcuno provvedeva sempre a rabboccare.

Nel gruppo organizzatore della manifestazione di Via Bagni, oggi negli anni 2000 protagoniste sono state quasi sempre le donne, che hanno dimostrato grande impegno e cura, direi anche ironia, nell’allestimento e nella “messa in scena” delle varie performances, corredandole di fotografie, soprattutto –ovviamente- trattandosi di animali non più presenti, di disegni, modellini, oggetti originali o parti di essi, accompagnati da relazioni e resoconti orali a volte molto dettagliati, in grado di far rivivere e gustare quegli stessi oggetti, i fatti e gli episodi narrati, le testimonianze delle persone: un vero spettacolo, complimenti!

A questo punto, però, dobbiamo prender atto anche dei mutamenti considerevoli intervenuti in anni recenti nel tessuto sociale dell’antico borgo (e di tutto il paese), e cioè che parte dei suoi abitanti sono cambiati e stanno cambiando, sostituiti da nuove famiglie provenienti da culture altre: mi fa piacere ricordare, in particolare, la famigliola originaria dell’India, anch’essa presente alle ultime edizioni della Mostra  con proprie esposizioni, amabilmente coinvolta nelle pratiche e nella narrazione di quello che è stato il nostro vivere locale, pur provando a far conoscere anche qualche aspetto del proprio, una prima forma di accoglienza e integrazione, augurandoci che altre possano avvenire in futuro, senza traumi né dall’una parte né dall’altra.

Per coronare degnamente la Rassegna e rinsaldare lo spirito di Comunità, ogni anno conclusa la visita alla mostra lungo tutto il suo percorso, è prevista “una cena comunitaria”, preparata in collaborazione da tutte le famiglie. E così, sul far della sera, una tiepida sera, ci accomodiamo tutti insieme attorno ai tavoli all’aperto, favoriti dal clima mite e da una luna piena da poesia: la condivisione del cibo, in un contesto di così sentita partecipazione, va ben oltre l’atto concreto e diviene quasi la celebrazione di un rito –ovviamente laico, ma profondamente umano.

A conclusione della serata, l’immancabile tombola, anch’essa unificante e perfetta, nel suo significato più profondo. Al centro della tavolata i due personaggi-chiave, registi della situazione, in assoluta sintonia: da una parte l’uomo del paese di matura esperienza; di fronte a lui il volenteroso ragazzino Cuver, indiano, ancora un po’ incerto nella lingua. L’uno regge il sacchetto con i numeri, l’altro pesca e mostra il numero estratto al partner che con voce grave lo comunica alla platea. Seguono di volta in volta i commenti giocosi dei presenti, poi -di tanto in tanto- una voce stupita, quasi incredula sovrasta il brusio: “Terna! Quaterna! Tombola!” Emozionato, esulta il vincitore di turno per il premio vagheggiato ma sempre inaspettato!!!

Una scena bellissima, che riscalda i cuori e fa ben sperare in nuove forme di una possibile altra solidarietà futura, quasi una metafora del nostro domani.

Arrivederci e grazie alla mitica borgata!

Renata Menegon